“Caravaggio 2025”: la narrazione di una mostra a regia (pressoché) unica

Il seguente articolo di Michele Cuppone è stato pubblicato su About Art online.com il 18 maggio 2025.

È in corso fino al 6 luglio a Palazzo Barberini Caravaggio 2025, a cura di Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon. La mostra, come il titolo fa intendere, celebra il genio lombardo nell’anno del Giubileo, e il prevedibile successo si è confermato da subito con i 240.000 biglietti staccati nei primi venti giorni dall’apertura e, a due mesi dalla chiusura, con il tutto esaurito per gli ingressi individuali.

L’esposizione è stata accolta con favore dalla stampa, come avviene di norma per i grandi eventi, con poche eccezioni rispetto alle testate a carattere generalista. Una delle prime voci critiche a levarsi è stata quella di Fabrizio Federici (Artribune), anche se la sua è una riflessione rivolta più in astratto all’intera industria delle mostre. La quantità di dipinti chiamati a raccolta nello spazio espositivo non così ampio di Palazzo Barberini, tanto forte è sempre la “tentazione … di macinare ‘grandi numeri’”, ha portato d’altra parte a quell’effetto “bolgia” su cui insiste la coraggiosa recensione di Federico Giannini (Finestre sull’Arte).

Ventiquattro capolavori tutti del maestro, informano i curatori nelle interviste (Il Giornale dell’Arte, TGR Lazio, Tv2000). Per Vittorio Sgarbi (Panorama), tuttavia, si potrebbe eccepire sull’autografia di almeno due: il Narciso che Gianni Papi, con più forza di tutti, ha ricondotto ragionevolmente alla mano dello Spadarino, e il Mondafrutto la cui illustre provenienza, le collezioni reali inglesi, non ha consentito di presentarlo al pubblico come “attribuito” – eppure, collocato com’è accanto al Bacchino malato anziché isolato, il quadro quasi si eclissa, tanta è la distanza dal suo vicino sul piano qualitativo e stilistico. Non si può nemmeno ignorare l’intervista di Edoardo Sassi (la Lettura) con l’ultima, importante rivelazione di Papi che riguarda proprio una versione inedita del Mondafrutto, da lui ritenuta il prototipo delle numerose copie conosciute.

Sarebbero ancora di più le opere in mostra da assegnare a un altro pittore, secondo Giannini. Oltre che del Ritratto di Maffeo Barberini di collezione Corsini, egli dubita del tanto acclamato Ecce Homo di Madrid e a tal proposito chiama in causa uno studioso di razza come Claudio Strinati, non il solo a non essersi pronunciato sulla nuova aggiunta al catalogo di Merisi – e che d’altro canto in un uno short video si limita a dire, parafrasando involontariamente una battuta di verdoniana memoria: “Com’è questo quadro? È bello”. Più diretta è Anna Coliva (il Messaggero), che non risparmia vere e proprie stroncature a Ecce Homo, Mondafrutto e Narciso, e assegna a Gerrit van Honthorst la Cattura di Cristo di Dublino.

Passando invece all’allestimento, argute osservazioni vengono soprattutto da Davide Oliviero (The Hollywood Reporter Roma, con un altro e non meno sostanzioso articolo su GBopera), che lo reputa “discutibile e faticoso” e arriva a definire le sale dei “corridoi appena dilatati” (sulla congruità degli spazi la pensa diversamente Silvia Danesi Squarzina, nel suo commento denso di osservazioni pubblicato su About Art online). Tali letture si potranno abbinare a quelle altrettanto stimolanti di Mario De Santis, anch’egli autore di una doppia recensione (Soul Food e mimima&moralia), che giudica la retrospettiva un “ottimo remake” di quella curata da Roberto Longhi nel 1951 a Milano. È la curatrice Terzaghi (Radio 3) a rispondere indirettamente a quanti, come De Santis, lamentano i riflessi di cui soffrono le opere: normalmente, dice, i quadri di Caravaggio hanno una vernice che riflette molto, e le sale espositive hanno dei punti fissi per l’illuminazione […]